di: Beatrice Da Lan, Sara Frittoli, Francesca Migliorati, Emanuel Eshun


 

Quando si parla di museo non si può non parlare di pubblico in quanto senza visitatori il museo non esiste. La sfida principale che quindi tutti i musei si ritrovano a dover affrontare è quella di ampliare il proprio bacino di utenza. Lo “strumento” che i musei, negli ultimi anni, hanno iniziato ad utilizzare viene chiamato Audience Development; un’insieme di approcci e attività nati dal contesto del marketing e che, adesso, i più grandi musei stanno assimilando con lo scopo di attirare più visitatori nelle loro sale. 

Il rischio, però, di applicare approcci di competenza del marketing, è di considerare il pubblico del museo esclusivamente come una massa informe, più o meno variegata di persone, che vengono analizzate nella loro totalità per essere poi suddivise in categorie. Si rischia quindi di vedere il visitatore esclusivamente come un consumatore del “prodotto museo”, con la conseguenza che nessuna delle due parti ne beneficia culturalmente. Il museo viene considerato come intrattenimento al pari di un programma televisivo con l’unico scopo “riempire” il tempo libero, mentre il pubblico non viene più considerato visitatore ma “utente”, il cui unico scopo è quello di pagare il biglietto e di conseguenza sanare le tasche, sempre vuote, dei musei. Lo scopo di tale suddivisione del pubblico dovrebbe essere quella di portare a una differenziazione delle proposte educative, in modo da riscontrare il favore di tutti i tipi di pubblico. Ma se in tale categorizzazione qualcuno non si sentisse parte di nessuna delle categorie proposte? È dunque da considerarsi obiettivamente impossibile l’analizzare e fornire un supporto per ogni tipologia di pubblico? Il termine stesso “pubblico”, se applicato al museo, definisce un concetto ampio in cui le singole parti - i singoli visitatori -  sono molto differenti tra loro e quindi necessitano di differenti approcci; è quindi impossibile conoscere e analizzare l’eterogeneità del pubblico che visita i musei, e per questo motivo impossibile da classificarlo, se non rischiando di escludere qualcuno.

Ma il proposito del museo è appunto quello di includere il singolo visitatore che varca le porte del complesso museale. Come fare dunque in modo che questa diversità diventi un punto di forza del museo stesso - oltre che del singolo individuo - e non uno svantaggio? «Il Museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo» questa è la definizione di museo secondo l’istituzione che se ne occupa: l’ICOM. Il museo è dunque al servizio del pubblico per il suo sviluppo, e se invece fosse proprio il pubblico - con il suo supporto - a contribuire allo sviluppo del museo? 

Non è una vera è propria inversione dei ruoli, ma semplicemente un diverso approccio di relazionarsi con il visitatore, si chiama infatti approccio partecipativo e, come evidenzia la parola stessa, implica la parola partecipare. Il pubblico prende parte nella co-ideazione e nella co-progettazione delle parti che compongono l’ossatura stessa del museo; come l’esposizione, le attività didattiche, la comunicazione e la mediazione dei contenuti. Cosa succede quindi quando una proposta non viene calata dall’alto imperante e definitiva come è stata la ghigliottina per i sovrani della Rivoluzione Francese? Ma invece si sviluppa, cresce ed evolve grazie al sostegno, la collaborazione e la partecipazione di un gruppo di persone variegato? Con esperienze personali, storie, visioni del mondo e idee differenti ma con un obbiettivo comune da raggiungere? Succede che anche quelli che non fanno parte di quella comunità, che sono cresciuti in un altro paese, o addirittura un altro continente, finalmente si sentono parte di qualcosa, sentono che quello che ne verrà fuori, nascerà perché loro stessi hanno contribuito a realizzarlo. 

Se parliamo di pubblico, uno dei pubblici sicuramente più complessi sono i giovani, e quindi la domanda sorge spontanea, cosa possono fare i musei perché i ragazzi possano essere più coinvolti? Se l’obiettivo principale è quello di attrarre i “Teens” a frequentare i musei anche dopo scuola, la proposta più innovativa è stata sperimentata a Palazzo Grassi in un progetto che si chiama, appunto, “Palazzo Grassi Teens”. L’idea è quella di invitare i giovani a svolgere visite guidate per i coetanei, in quanto, solamente venendo a contatto diretto con le esigenze del pubblico che si vuole attrarre si possono esaudire le proprie aspettative, perché d’altronde, i giovani vanno dove stanno altri giovani. Quindi cosa meglio del progetto “Palazzo Grassi Teens” per aprire un mondo di cultura nelle vite di uno dei pubblici più complessi?!

L’approccio partecipativo, quindi, può e dovrebbe essere condiviso da più istituzioni possibili e non solo in ambito museale o artistico, ma come motore della comunità, per costruire una comunità unita da connessioni profonde sia tra i sui membri e con il suo territorio. In un museo ideale il visitatore si sente compreso, parte integrante ma sopratutto parte attiva, non subisce qualcosa passivamente, ma anzi aiuta a creare e migliorare, apportando un contributo. Perché il museo non diventi un “cimitero della memoria” ma rimanga vivo, contemporaneo, perché parte del presente.

Il nostro compito, il compito di tutti, è quello di contribuire; citando Walt Whitman:

«Che tu sei qui,

che la vita esiste e l’identità,

Che il potente spettacolo continui,

e che tu puoi contribuire con un verso.» 

 

 

 

 

 

 

 

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